Stomachion

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martedì 20 agosto 2019

The White family: una bianca famiglia inglese

Seconda recensione consecutiva di un libro edito da @EdizioniSpartac
Dopo Anni luce affronto, con una scelta cronologica legata all'anno di uscita originale, quello che viene considerato il migliore romanzo di Maggie Gee, The White Family.
Uscito nel 2002 e portato in Italia da Edizioni Spartaco nel 2010, si concentra su una famiglia della periferia inglese in quell'epoca di passaggio tra II e III millennio, quando la società britannica, con decenni di anticipo rispetto a quelle del continente europeo (e soprattutto rispetto all'Italia) devono affrontare seriamente i problemi di una crisi economica continua da un lato e di un multiculturalismo subito dalle vecchie generazioni dall'altro. Protagonista è la famiglia White, guidata da un uomo vecchio stampo, che ha combattuto contro il nazifascismo e che ora combatte contro le orde dei vandali come guardiano del giardino di Albion Park. Alfred, però, un bel giorno si sente male, così tutta la famiglia corre al suo capezzale, dal figlio più giovane, Dirk, alla figlia Shirley, che si ostina ad avere compagni non bianchi, fino al figlio maggiore, Darren, che passa da un matrimonio all'altro. E accanto a loro ecco la madre May, una donna minuta e devota al suo Alfred, e Thomas, amico di vecchia data di Darren, ed Elroy, il fidanzato di Shirley.
E' un bel mix di personaggi quello che la Gee mette in scena tra le pagine di The White Family e traccia in maniera analitica e precisa tutte le difficoltà e le contraddizioni di una società in trasformazione. La generazione di Alfred ha, infatti, combattuto la seconda guerra mondiale, riportato sull'Europa la fiaccola della libertà, ma ora vede le attività commerciali più tradizionali chiudere, mentre la fermezza con cui ha difeso i valori sul campo di battaglia prima e in casa poi ha generato la frammentazione della famiglia e una visione deviata di quegli stessi valori, in cui non solo il non inglese, ma soprattutto il diverso diventano nemici di cui diffidare. In questo senso è interessante la lettura del romanzo della Gee perché, trasportata ai nostri tempi, ci permette di vedere questa ondata di intolleranza che sta attraversando l'Europa come una conseguenza della dialettica del nemico che ha intriso la società europea durante la seconda guerra mondiale.
Purtroppo vale a ben poco la consapevolezza che acquisisce Alfred nel suo percorso in ospedale, una consapevolezza che gli apre la strada verso la sua personale redenzione, perché alla fine è solo questo: una redenzione personale e non di tutta la società.
Vorrei, in chiusura, rilevare come, a differenza di quanto avvenuto con Al tempo di papà, questo The White Family è stato più difficile da leggere, per la forte similitudine tra quanto accaduto ad Alfred nella finzione e a mio padre nella vita vera.

venerdì 16 agosto 2019

Le fasi e la colpa

Le fasi del lutto sono 5. Non sapevo bene quali e quante erano, solo voci carpite qua e là. Ho controllato solo per scrivere queste note: avevo intenzione di scriverle e pubblicarle ieri, ma alla fine non me la sono sentita. Così ho spostato tutto a oggi, durante il viaggio in treno, perché comunque scriverne mi serve.
Ritorniamo all'inizio: le fasi del lutto sono 5. Non so se le ho passate tutte, né, in quest'ultimo caso, in quale mi trovo. So però che le parole che personalmente associo al lutto sono paura, dolore e senso di colpa.
Paura perché non sapevo bene cosa stava accadendo, perché man mano che arrivavano risultati cresceva la certezza di essere nella situazione peggiore. E poi non potevamo dire nulla a mio padre: secondo i medici era meglio lasciarlo all'oscuro, fargli credere che era un problema di cuore e polmoni.
E poi dolore, perché soffriva, cercando di artigliare quell'aria che gli mancava, mentre le cure palliative tra una crisi e l'altra diventavano sempre meno efficaci. E poi un dolore indicibile, quando tutto finisce, quando lo vedi dentro la bara e ti rendi conto che non si alzerà più da lì, che non lo vedrai più, se non nei tuoi ricordi; quando non potrai più sentire la sua mano callosa per i molti lavori fatti in una vita mai abbastanza lunga.
E infine senso di colpa, perché ancora oggi, nonostante razionalmente dico a me stesso che potevo fare ben poco in più, mi sembra di non aver fatto abbastanza, di non aver lottato abbastanza, nonostante sia stato l'ultimo a perdere la speranza. Ho passato l'estate 2017 ad andare su e giù ogni volta che potevo o che sembrava fosse necessario, ma alla fine non sembra mai abbastanza.
Non è stata semplice nemmeno l'estate 2016, ma quella del 2017 è stata terribile. E ancora oggi mio padre mi manca, non sempre, a volte meno e riesco ad andare avanti, a volte di più, quando sento di aver bisogno del suo consiglio o, più spesso, senza alcun particolare motivo.
All'inizio pensavo che avrei scritto ogni passo, ogni problema a partire dal 2016 fino al settembre 2017, ma una parte di quel che avevo dentro sta scritta qui. E perdonatemi se l'ho condivisa qui sopra: mi serviva e forse mi servirà ancora.

martedì 19 marzo 2019

Le ultime pagine

Il 24 maggio 1543 le ultime pagine del suo libro arrivarono da Norimberga. Donner le portò al letto del malato, e l'istante successivo vide la vita abbandonare il suo corpo, come se Copernico avesse resistito tutti quei mesi solo per vedere il libro terminato.
- da Il segreto di Copernico di Dava Sobel
I tempi, nella memoria, si confondono, mentre gli eventi sembrano susseguirsi a scatti, come scene di un film. Così potrei dire di avere un'idea abbastanza precisa di ciò che dovrebbe aver provato Jerzy Donner in quel momento: entrare nella sala rianimazione un'ultima volta e poi, alcune ore dopo, ricevere l'annuncio della fine delle sue sofferenze, come se avesse atteso che fossimo di nuovo tutti insieme.
Quasi un anno e mezzo fa.
Non me la sento di scrivere di più su mio padre e su come ha lottato letteralmente fino all'ultimo respiro, ma in qualche modo oggi sentivo la necessità di doverlo ricordare.