Stomachion

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lunedì 6 febbraio 2017

In principio era l’ologramma. Forse!


Espansione metrica dell'universo
Possiamo considerarci un po' come i ciechi della storiella zen che cercano di dedurre, semplicemente toccandolo, la forma di un elefante. A differenza dei ciechi, però, i nostri occhi funzionano molto bene ma, soprattutto, abbiamo a disposizione una serie di strumenti sofisticati tra telescopi e satelliti, che ci permettono di raccogliere dati sull'universo. Il problema, però, è che non solo l'universo è in evoluzione (molto probabilmente la sua espansione sta proseguendo di moto accelerato), ma ciò che vediamo rappresenta l'universo com'era e non come è.
Queste difficoltà, però, una volta comprese costituiscono punti di partenza utili per tracciare delle linee di indagine, avanzare ipotesi, immaginare possibili strumenti da costruire.
L'alfabeto
La storia del nostro universo inizia con il Big Bang, o meglio con la teoria che ipotizza che tutta la materia contenuta nell'universo fosse concentrata in un unico punto, per poi espandersi successivamente a seguito di una perturbazione all’interno di questo plasma primordiale altamente denso e concentrato.
Non sto qui a ripetere la storia del modello, che parte con Georges Lemaître e le osservazioni di Edwin Hubble sull'espansione dell'universo. Il modello che emerse dalle discussioni accademiche era abbastanza semplice (almeno da spiegare): se l'universo si espande, deve esserci stato indietro nel tempo un istante iniziale quando tutta la materia era concentrata in un unico punto dello spaziotempo. Poi l'espansione.
Da qui, però, la necessità di introdurre un processo di nucleosintesi in grado di spiegare la presenza degli atomi della tavola periodica. A rispondere a ciò ci pensa l'articolo $\alpha \beta \gamma$(1), così denominato dai suoi tre autori Ralph Alpher, Hans Bethe e George Gamow, in rigoroso ordine di firma.

mercoledì 10 settembre 2014

Se trovi cattivo questo mondo, dovresti vedere gli altri!

In effetti questa è (o dovrebbe essere) la versione estesa di una conferenza di Philip K. Dick alla convention fantascientifica di Metz, in Francia, nel 1977. Non sono riuscito a trovare trascrizioni dell'intervento realmente fatto dallo scrittore a Metz, ma il video (via Open Culture) è abbastanza differente (non troppo rispetto ai contenuti) rispetto al testo (archive.org) successivamente pubblicato sulla Philip K. Dick Society Newsletter #27.
Innanzitutto Dick esprime l'idea alla base di Matrix, che dal punto di vista squisitamente letterario dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l'influenza dello scrittore statunitense sul cyberpunk, di cui la trilogia dei Wachowski brothers è una delle massime espressioni (si potrebbe affermare che è una diretta conseguenza di Neuromante). D'altra parte è evidente quanto Dick credesse nella effettiva realtà di questa idea, quasi a suggerire che, se il multiverso esiste, in qualche modo noi siamo in grado di rendercene conto.
Dick, per la sua conferenza, ha quindi sfruttato due concetti, uno non completamente originale (ma bisognerebbe mostrare che conosceva l'argomento), ovvero il multiverso, e quindi l'idea alla base di Matrix, ovvero quella di vivere in una simulazione al computer. E' in particolare quest'ultima che mi interessa in questa sede, non solo perché è stata ripresa e filosoficamente approfondita da Nick Bostrom in Are you living in a computer simulation?(1), ma anche per le possibili implicazioni che avrebbe sul nostro universo se la si abbina con l'esperimento Holometer del Fermilab:
Così come i personaggi di una trasmissione televisiva non sanno che il loro mondo che sembra in 3D esiste solo su uno schermo in 2D, noi potremmo essere all'oscuro che il nostro spazio 3D è solo un'illusione. L'informazione riguardo ogni cosa nel nostro universo potrebbe essere effettivamente codificata in piccoli pacchetti di due dimensioni.